Diario di viaggio: una speranza per il Venezuela

Il presente articolo, nasce dopo aver letto il diario di viaggio di Roberto Mazzotti, al seguito di una delegazione della diocesi di Cesena in una sorta noi spedizione umanitaria e/o viaggio pastorale in Venezuela.  Lo trovate integrale qui, ed è interessantissimo.

Da questo dettagliato diario, è nato un dialogo con Roberto Mazzotti e l’articolo che segue.

 

Abbiamo già trattato più volte sulle pagine del nostro giornale la difficile situazione del Venezuela. I lettori ricorderanno l’ampia intervista a don Aldo Fonti (Il Nuovo n.5 del 5 aprile 2013 a pag.6-9), bellariese, ora parroco di Viserba e per diversi decenni missionario in quel paese. Di qui un filo diretto di Bellaria col Venezuela, paese splendido e martoriato, che ha portato diversi giovani e meno giovani a visitarlo in prolungati soggiorni durante i quali intervenire a favore delle popolazioni locali, di cui abbiamo dato notizia (Il Nuovo n.1 del 7 gennaio 2010 a pag, n. 13).

Poche settimane fa, ad inizio anno, un altro nostro concittadino, Roberto Mazzotti (già Premio Panzini 2016) è stato protagonista di un viaggio di carattere umanitario in Venezuela. L’aggancio è stata la diocesi di Cesena, la quale vanta anch’ella una presenza missionaria in quelle terre. Lo stesso vescovo di Cesena, mons. Douglas Rigattieri, con alcuni laici e sacerdoti si è recato in Venezuela, cogliendo l’occasione per partecipare all’ordinazione di alcuni sacerdoti e visitare i propri “figli” sparsi in quel paese.

Segue una sintesi/intervista del diario integrale.

Mazzotti quando siete partiti e cosa avete portato in Venezuela?

Siamo partiti il 2 gennaio carichi di valigie stipate all’inverosimile. Solo don Giorgio – da lungo tempo missionario in Venezuela –  aveva 4 valigioni. Abbiamo portato aiuti di ogni genere, in particolare medicinali, sapone (è incredibile, ma è introvabile in Venezuela), denaro (tra cui quello raccolto da don Aldo Fonti), generi di prima necessità. La situazione in Venezuela, dopo anni di socialismo e dittatura, prima di Chavez ed ora di Maduro, è terribile. I paesi confinanti sono pieni di profughi, ma il timore è quello di una catastrofe umanitaria ancora più estesa. È impressionante: non si trovano i pezzi di ricambio per le automobili, le medicine, il cibo. La miseria è diffusa e palpabile…

Hai parlato di disastro economico dovuto al socialismo di Chavez e di Maduro. Chavez, qui in occidente, in realtà è stato piuttosto coccolato per lungo tempo. Avete incontrato situazioni reali che attestano la loro responsabilità per questa situazione?

Faccio solo un esempio. Abbiamo incontrato Carlo Franceschi: sesta generazione della famiglia che ha creato nel 1830 un’importante azienda di cacao, tutt’ora attiva con produzione d’eccellenza. Ad essa è affiliata la CSR (Corporate Social Responsability), dal 2016 attiva a sostegno delle famiglie e delle comunità. Un esempio di impresa sociale. La chiacchierata con Carlo è stata significativa per capire le contraddizioni di questo paese. Nel 2011 l’azienda deve gestire una crisi nella relazione con il personale a seguito della persistente campagna del governo contro il “padrone sfruttatore”. Franceschi decide di attivare una contro informazione coinvolgendo tutto il personale. Attivano, cioè, una serie di incontri con i dipendenti, spiegando che il loro futuro era legato al successo dell’azienda e non ai sussidi di Maduro. Il Governo nel frattempo, però, ha effettuato due tentativi di esproprio dell’azienda, ma ha rinunciato a seguito della difesa attivata dai lavoratori. Come si vede il tentativo è quello di azzerare qualsiasi intrapresa ed azienda. Una politica folle.

Tornando al vostro viaggio. Le autorità venezuelane non vedono di buon occhio neppure queste spedizioni…

In effetti arrivati a Caracas, siamo stati fermati per due ore e lasciati liberi dietro pagamento di una multa, grazie alla mediazione di don Giorgio.

Multa salata?

Qui c’è un altro aspetto che aiuta a capire la situazione di questo paese. La multa è stata di 4 milioni di vecchi Bolivar che corrisponde a 400 euro al cambio ufficiale, ma al cambio parallelo solo 40 euro. Essendoci una certa folla che attendeva don Giorgio all’aeroporto, abbiamo potuto pagare con una carta di debito locale e siamo andati bene. Comunque già fuori dall’aeroporto si comprende la gravità della situazione: grandi parcheggi multipiano vuoti, ridotti ad abitazioni improvvisate, desolazione ovunque.

A chi avete consegnato il materiale?

Usciti siamo stati accompagnati presso una chiesetta a Pariada, ad est di La Guaira. Qui una signora ha preso in consegna parte del materiale per distribuirlo ai destinatari, mentre il resto è stato consegnato alla diocesi di Carùpano, nello Stato di Sucre che si trova a 550 chilometri da Caracas.

Il viaggio è proseguito poi verso San Rafael a Playa Grande di Carupano, dove ci ha accolto don Derno (che da Budrio di Longiano è giunto in missione qui). Durante il viaggio abbiamo fatto alcune tappe, sempre visitando missioni, persone amiche, realtà interessanti. Il viaggio è stato fatto in macchina, in quanto voli interni oramai non ne esistono più. Durante il viaggio abbiamo dovuto sottoporci a numerosi controlli per posti di blocco tenuti dall’esercito o dalla Polizia di Stato. In genere erano ragazzi o ragazze giovani, armati fino ai denti.  Per strada traffico scarso, con macchine ridotte a catorci. In compenso con 25/30 centesimi si fa un pieno di 80 litri di benzina!

Che realtà ecclesiale avete incontrato là?

Ho incontrato sacerdoti estremamente attivi con comunità vive. Penso a don Marcello, vero prete imprenditore che ha messo in piedi tantissime realtà, oppure a don Giorgio che diventa idraulico seduta stante e  riesce a far funzionare le docce per noi. Abbiamo incontrato una realtà neocatecumenale particolarmente vivace. Inoltre, anche per l’opera di don Giorgio, centri di accoglienza per bimbi abbandonati, con tanto di presidio medico e altre opera di sostegno reale alla popolazione.  Va detto che la popolazione è sfinita e non è abituata a reagire. Dopo anni di socialismo, sembra attendere un cambiamento dall’alto e non riesce a dare al paese un nuovo corso anche perchè lo Stato, come esemplificato prima, continua a rendere la libera iniziativa impossibile.

Anche la celebrazione presso la cattedrale di Carùpano, dove il 6 gennaio sono stati ordinati tre nuovi sacerdoti, ha testimoniato questa vivezza. Tantissimi i giovani presenti. È stato un momento pieno di vita e di speranza. Un singolare contrasto con il resto del paese.  Una situazione analoga l’abbiamo vissuto presso la parrocchia di San Rafael Arcangel, per la cresima. Anche qui più giovani che adulti, in una celebrazione dove attenzione e devozione si mescolano con la tipica allegria latino americana.

Figure particolari?

Come dicevo ne abbiamo incontrate tante. Posso ricordare qui don Itamar, a Irapa. Un vero prete di frontiera. Irapa è una città governata da alcune famiglie che gestiscono il commercio della droga, in perenne guerra tra di loro, con le conseguenze che si possono ben immaginare. Don Itamar ha deciso di non mettersi contro, ma di ottenere attenzione da queste famiglie ed ha iniziato ad incontrarle. Dopo un anno di dialogo paziente ha ottenuto una tregua che sta tuttora resistendo.  Lui dice: ora si vive tranquilli. La Chiesa è di nuovo frequentata, ordinata e pulitissima.

Oppure penso alle 4 suore salesiane (3 Colombiane ed una Venezuelana) di La Savana (pochi Km dalla Parrocchia di Güiria) che gestiscono una “scuola tecnica”, frequentata da 680 ragazzi. La suora superiora è 45 kg di pura “energia” (dà proprio l’impressione che possa essere fermata solo abbattendola!) e tutto è in ordine come in una struttura italiana.

Situazioni e fatti spiacevoli, ne sono accaduti?

L’ 11 gennaio alle 6,30, non riuscendo dormire per il caldo umido e le zanzare,  accompagno Don Derno al mercato e prendo con me solo il cellulare, pensando sempre alle foto e ai rischi di essere scippato. Faccio però l’errore di tenerlo in mano ed un giovane lesto me lo strappa assieme ad una papaya che avevamo acquistato poco prima. Un’ esperienza anche questa ….

Ma il fatto più sconcertante è stata la vista delle grandi periferie di Caracas. Abbiamo incrociato i primi quartieri satellite di Caracas verso mezzogiorno del 12 gennaio e siamo rimasti davvero impressionati già al primo grande “cerro” (massa di alloggi/baracche, “ranchos”, costruite su dirupi/colline) denominato “Petare”. Penso sia inimmaginabile e inqualificabile la vita in questi ranchos costruiti uno sopra l’altro, senza verde, con igiene precario ……

Nei vari quartieri, “cerro” o “barrio”, dovrebbero viverci almeno 3 milioni di persone. Ma anche qui si apre una luce di speranza.

Ovvero?

A Caracas abbiamo incontrato presso il quartiere che prende il nome di papa Giovanni Paolo II, che celebrò qui  la Santa Messa nel 1985, Alejandro Marius, un ingegnere di 47 anni con sangue friulano, sposato con 4 figlie. Viene spesso in Europa ed anche in Romagna dove quest’anno è stato relatore al Meeting di Rimini. Marius ha creato l’associazione “Trabajo y Persona” con l’obiettivo di formare professionalmente giovani nelle aree popolari e rurali. Tramite questa Onlus canalizza fondi europei presentando progetti dedicati, in funzione delle opportunità deliberate a Bruxelles. La chiacchierata con Marius mi ha permesso di mettere a fuoco una semplice e triste realtà. Caracas è il luogo dove si vive meglio in Venezuela – il che è tutto dire – perché è una megalopoli e da sola può essere determinante per mantenere il potere. Pertanto la corrente elettrica nei cerros è gratuita, così come l’acqua, e vengono garantiti i “Claps” (pacchi con viveri e beni di prima necessità). Tutto ciò, invece, scarseggia nelle città poco popolate e lontane da Caracas. Ad esempio lo Stato di Sucre ben poco riceve e qui i poveri sono in situazione più precaria che non a Caracas. Questo spiega le proteste che in quelle settimane erano avvenute in quella zona e gli assalti ai camion.

Fatti curiosi, anche per chiudere con un sorriso, in questa situazione così difficile…?

Penso di non aver menzionato che la piadina a casa dei nostri missionari non è mai mancata. Di norma la preparava la cuoca, ma chi ha portato la tradizione è Don Giorgio, il quale alle 2 e mezzo del mattino si è messo a farla, per preparare cibo per il viaggio in auto (vista l’inopportunità di mangiare quanto offerto dagli esercizi pubblici). La Romagna ovunque vince! E speriamo che la presenza dei nostri missionari sia un piccolo ma efficace segno di speranza per un paese che necessita di tutto.

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1 thought on “Diario di viaggio: una speranza per il Venezuela”

  1. Grazie a Roberto Mazzotti per quello che ha fatto. Domenica mi è arrivato un messaggio direttamente dal centro s. Martin de porres di La Guaira, confermando L’ arrivo degli aiuti.
    La gratitudine delle persone aiutate é immensa.

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